Saturday, April 15

It's the end of the world (and I feel fine)

Pensate che la mala informazione si limiti alla politica? All'economia? Sbagliato. Pensate che siamo in un nuovo Medioevo? Le arringhe del Papa sui PACS ci stanno, però c'è di peggio. Ieri sera nei titoli del TG1 c'è questa notizia su un asteroide che dovrebbe colpire la Terra a Pasqua del 2036. Apophis. Con intervista (da cui non si capisce nulla, perchè non lo fanno parlare) con Zichichi. E già mi meraviglio di quanto siano longevi questi scienziati e astronomi (vedi la Montalcini, la Hack). Bhè, alle scuole elementari volevo fare l'astronoma anch'io (NON l'astronauta, come correggevo continuamente i miei amichetti). Mi sa che avrei fatto bene a proseguire su quella strada per avere un'aspettativa di vita di 90 anni, altro che indie rock. Comunque, passo la notte sognando impatti giganteschi, cataclismi, facendo il conto di quante persone che conosco ci saranno ancora (i Rolling Stones non ci saranno, spero). Poi stamattina faccio un giro in rete. Finisco sul sito della NASA. Praticamente un evento di cui non tenere neppure conto. Torino Scale (ossia scala di pericolosità) pari a 2 su 10, probabilità di impatto pari a 0.016000000%. Concludendo, terrorismo giornalistico allo stato puro, con tanto di commenti sul giorno del giudizio. Quindi: Buona Pasqua (2036) a tutti.

Friday, April 14

A girl called damages

Danni e Tim vivono lontano dalla città, con una gatta multicolore chiamata "miaows". Lei quando non suona progetta e costruisce case con altri amici. Ha una sorella "who's like George Bush" con cui non va molto d'accordo. Chiedono vino rosso "forte e che sappia di ciliegia", gli arriva un Primitivo del Salento, che con la doppia razione di gnocchi alla sorrentina "it's exactly what we expext when we come to Italy". Li porto a vedere Porta Soprana e lei ha freddo, vestita com'è coi sandaletti aperti da americana e senza calze. Quando Danni aveva 15 anni ascoltava hardocore e punk e aveva la cresta. Tim non parla molto. Al secondo bis non ha quasi più voce, e lei ride incontenibilmente. A casa trovano un bel regalo del gatto, una lucertola morta proprio al centro del letto. Lui la prende a mani nude e la butta nella spazzatura, imperturbabile. E poi dormono col gatto. Stamattina volevano andare al mare. Speriamo che il tempo regga.

www.sinropas.com

Monday, April 3

La città scarabocchiata

In auto, domenica pomeriggio. "Samuele, allora come ti sembra Bologna?".
Samuele ha sette anni, capelli rossi e cervello fino. Vive sull'Appennino. "A dire il vero, mi sembra una città molto scarabocchiata". Ci guardiamo in giro, da Via Saffi fino alla Stazione Centrale. Non c'è muro, cassonetto della spazzatura, serranda o cabina del telefono che non sia stata presa a colpi di spray. Ora, chiamateli pure graffiti, ma di "arte" in giro ce n'è proprio poca. Ci sono tanti scarabocchi, appunto. Rossi, verdi, neri, blu. Linee intrecciate senza un senso apparente. E a quanto pare nessuno si cura più di ripassare vernice fresca che verrebbe imbrattata dopo 48 ore. Non c'è cura.

Saturday, March 25

Quando si stava peggio

Capita. Di uscire di casa e dimenticarsi il cellulare. A me capita di rado, anzi quasi mai. E mi è capitato ieri sera. Prima reazione, quando ero già sul 640, di panico. "E se dovesse succedermi qualcosa? E se qualcuno mi cerca e pensa che sia successo chissà che?". Circostanziamo. Prima del '99 non ho mai avuto un cellulare. A 17 anni rincasavo beatamente alle 2 di notte tornando dalle feste in 2 (se non in 3) sui vespini. I primi anni di Università tornavo a casa la sera tardi girando per Bologna da sola. Irrintracciabile. E' un'esigenza nata ora quella di doversi sentire sempre e comunque a portata di squillo. Sempre e comunque potenzialmente vicino a tutti. Mai persi, mai semplicemente legati al qui e ora. Si dovrebbe farlo come una prescrizione medica. Una mezza giornata a settimana in cui dimenticarsi di avere un numero mobile. Uscire, perdersi, assolutamente da soli. Dedicarsi momenti impossibili da condividere con chicchessia. Uscire dal bozzolo della rete.

Friday, March 24

Exercise #2403

Ok. Ho aperto un blog mesi fa. Molti mesi fa. Sono intercorse nel mezzo vicissitudini che me ne hanno tenuta lontana. Eventi troppo personali per non avere il timore di scadere nello scrivere in sfere veramente lontane dal concetto di "pubblico". Poi? Poi i motivi per cui credo che non si dovrebbe avere un blog. L'autocompiacimento. Scrivere per rileggersi e pensare "oh come sono acuta, oh come sono interessante." O l'opposto. Rileggersi dopo mesi e trovarsi banale, impresentabile. Del resto, l'oggettività nello scrivere non è di questo mondo. Perchè siamo "soggetti". Critici e autocritici quanto si vuole, ma è pur sempre coi nostri occhi, con le nostre orecchie e con le nostre menti che valutiamo e abbiamo esperienza del mondo. Però appunto c'è la fase del vedere, e dell'ascoltare, che comporta un minimo di rapporto con quello (e chi) ci circonda. Possano le nostre opinioni non avere la minima importanza, ma se c'è un'evoluzione questo comporta comunicazione. Quanto sono importanti i libri che leggo, la musica che ascolto, i film che vedo? Ebbene, partendo da un'idea a priori del "non faccio per non sbagliare" nessuno dovrebbe scrivere libri, nè girare film, nè incidere musica. Non so incidere musica, nè girare un film. Qualcosa però ho scritto. E allora riprendiamo la tastiera, e ricominciamo.

Sunday, October 23

A Zena ci teniamo i vetri sporchi

Certe notizie invece mi arrivano di prima mano. Ma poi le leggo sui giornali, perfino su Vanity Fair. A Bologna Cofferati sindaco ha ingaggiato una lotta senza pari per cancellare la presenza dei lavavetri ai semafori. Quasi come voler liberare i marciapiedi da chi chiede l'elemosina, o dalle cacche dei cani (per qualcuno probabilmente si tratta di fastidi a suo modo analoghi, a meno che il cane non sia il suo). Anche a Firenze mio zio, che pur va a votare alle primarie e ha la bandiera della pace appesa alla finestra da due anni (ormai nera per lo smog) è insofferente verso l'audacia di chi il vetro te lo lava a forza, confidando che poi arrivino i 50 cents.
Qui a Genova non ci sono lavavetri.
Mai visto un lavavetri, nè albanese nè africano nè polacco.
Sono tutti a lucidare le finestre delle cabine della Costa Crociere?
Sanno che il genovese i 50 cents non glieli allungherebbe mai?
In compenso i sudamericani davanti a Brignole alla bancarella dei frutti esotici bevono vino e ascoltano a tutto volume salsa e lambada a tutte le ore.
Il che, specialmente col grigio di questi giorni, mette allegria.
E un mango a due euro di sicuro qualcuno glielo compra.

Loin


Non ho la TV, le notizie mi arrivano dalla rete, dai quotidiani, dalla radio. Ho saputo solo ieri della scomparsa di Folon. Metà settembre, Firenze. Una scarpinata sotto la pioggia fino a Forte Belvedere. Un allestimento fantasioso, immaginifico. Statue sul punto di spiccare il volo contro la dolcezza della campagna toscana. La vita come un viaggio continuo, valigie e navi. Shoppers raccolti in ogni parte del mondo che diventavano personaggi. Uomini-uccelli e pesci. L'uomo seduto davanti al mare e coperto dalle alghe e dalle alte maree. Una curiosità fanciullesca. Simbolismi molto Magrittiani, ma con una luce diversa. Espressione prima che interpretazione. E avrei voluto esserci al Capodanno del 1999/2000 a Pietrasanta, con le 2000 candele accese.

Tuesday, September 27

A Sud

"Ana Paucha non riuscirà mai a capire la terra. E' una donna di mare. Di vento. Di sale. Di calma piatta e di tempesta. Nata per essere una donna di rumore, una che corre ridendo al suono della campana annunciante l'arrivo delle barche."

da Ana no, di Agustin Gomez-Arcos. Edizione italiana L'Ippocampo (GE) 2005

Mi aveva attirata la copertina di Serge Poliakoff, o forse il formato da breviario dei volumetti di questa casa editrice che ha come simbolo un cavalluccio marino. I Testi dell'Erranza. Che poi ero a Firenze, da Mel Books, e che Ana No era stato stampato qui a Recco l'ho scoperto solo dopo. Lo rileggerò. Sono pochi i libri che si chiudono pensando "lo rileggerò". Un libro bello come possono esserlo la dignità, la rivoluzione, l'amore. Bello come è bello l'Essenziale, la barca Anita la Gioia del Ritorno, i figli che crescono, il carattere scabro dell'Andalusia. L'idea di questa donna di settant'anni che va a riprendersi il proprio figlio imprigionato a vita dopo la Guerra Civile Spagnola. A piedi, con un pane di "mandorle all'olio, all'anice e con tanto zucchero" stretto al ventre. Con una dignità possibile solo in una povertà in cui non c'è miseria. Abbandonando, per la prima volta nella sua vita, il Sud per affrontare e sfidare un Nord crepuscolare, rigido, estraneo. Il tutto con una scrittura assolutamente non retorica, a tratti cruda, sempre poetica. Forte. Politicamente (non ideologicamente) forte. Spero sia ben distribuito.
Su Mentelocale c'è una bella intervista a Germaine e Patrick La Noel, che gestiscono L'Ippocampo. Anche loro hanno scelto Genova.